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a Bagnoregio nel 1221, ancor bambino ottenne, per intercessione
di San Francesco, la guarigione da una grave malattia. Entrato
nell'Ordine, a Parigi, nel 1243, mentre studiava presso quella
Università, ebbe per maestro il grande Alessandro di
Hales. Nel 1248, ottenuta la licenza, iniziò il commento
della Scrittura, e dal 1250 anche quello delle "Sentenze"
di Pietro Lombardo. Ritardata la sua promozione a Maestro, a
causa dei contrasti tra Università e Mendicanti, ottenne
il titolo solo nell'ottobre del 1257; ma già dal febbraio
era stato eletto Ministro generale, su indicazione di Giovanni
da Parma, a unanimità di voti.
Alla sua elezione a Ministro generale dell'Ordine, San Bonaventura
aveva meno di quarant'anni. Il suo governo, saggio, illuminato,
prudente, ne durò quasi diciassette. Erano anni di pieno
sviluppo per l'Ordine; e conseguentemente un periodo tanto lungo
di governo, in un tale momento, ebbe un influsso enorme: per
questo più di qualche storico non esitò a chiamare
San Bonaventura il secondo fondatore dell'Ordine minoritico.
Tuttavia, durante detto periodo, riscontriamo fatti esterni
di grande rilievo nella vita della istituzione francescana:
il fatto grande e straordinario è costituito soprattutto
dall'evoluzione stessa e dagli elementi capaci di cui egli poteva
disporre, aggiungendovi le sue meravigliose doti e la sua preparazione
scientifica, abbinate alla santità di vita.
Sulla caratterizzazione del suo governo possiamo compendiare
in sintesi le molte cose che ci sarebbero da dire: egli accetta
l'evoluzione dell'Ordine come un fenomeno necessario ed una
manifestazione grandiosa di vitalità. E tutto ciò
lo vede e lo misura alla luce delle direttive della Chiesa.
Con questo fondamento si oppone agli abusi, ma favorisce gli
aspetti positivi del movimento, impartendo direttive e ordinamenti
che ebbero il collaudo di intere generazioni. Sotto di lui fiorisce
la disciplina regolare e prendono incremento gli studi, che
non abbandona del tutto neppure lui personalmente, nonostante
le cure di governo, risiedendo quasi sempre a Parigi. Favorisce
e sostiene la cura d'anime, così come favorisce i grandi
conventi, ove meglio si può osservare la vita comune.
Sostiene la esenzione dai Vescovi, difende tutte le prerogative
dell'Ordine, accogliendo quei privilegi pontifici che erano
necessari per un più agile apostolato e servizio nella
Chiesa. In questo concetto di "servizio" umile, generoso,
ardente, efficiente, fondato sulla preparazione culturale e
sulla santità della vita, ci sembra che il suo atteggiamento
sia stato identico a quello di San Francesco. Entrambi furono
fedelissimi alla Regola, all'ideale di una vita evangelica,
agli impegni assunti; così come si dimostrarono fedelissimi
ai cenni del Papa. In questa visuale, osservando attentamente
la loro vita e i loro insegnamenti, c'è una tale continuità
e chiarezza che riempie di stupore.
Nello stesso tempo San Bonaventura desidera che l'Ordine, pur
am-mettendo la necessaria evoluzione, si conservi nella disciplina
che egli stesso va sapientemente regolando con una leggera tinta
monastica: si-lenzio, studio, lavoro, preghiera, esercizio della
colpa, recita corale del-l'Ufficio, atti comuni, rotazione negli
uffici della comunità da parte di tutti i religiosi.
Vuole che l'Ordine mantenga fede a "madonna Povertà",
sopprimendo vari abusi che sorgevano, come beni materiali, caccia
dei testamenti, uso del denaro, ricercatezza nel vestire. Si
sforza di togliere la piaga dei privilegi personali e dei singoli
conventi o Provincie, ottenuti al di fuori della gerarchia dell'Ordine.
Non vuole i frati girovaghi. Lotta contro ogni incentivo di
divisione: le sue stesse opere, quali la "Legenda
Maior" e la "Legenda Minor"
di San Francesco, L'"Expositio Regulae", le "Constitutiones
Narbonenses" hanno un fine di ordine, di fraterna convi-venza,
di operosità, di pacificazione degli animi, agitati dalle
divisioni circa la interpretazione della Regola e della vita
francescana.
Due mesi dopo la sua elezione San Bonaventura invia all'Ordine
la prima lettera en-ciclica in cui riprende diversi abusi, causa
dell'offuscarsi dello splendore del medesimo (violazioni della
povertà, uso del denaro, ozio, il vagare fuori dell'ubbidienza,
importuna mendicità, costruzione di edifici sontuo-si,
familiarità coi secolari e persone d'altro sesso, uffici
dati a indegni), e tra i precipui rimedi inculca l'elezione
di superiori esemplari e la sele-zione e la prudenza nell'ammissione
dei novizi all'Ordine.
Nello stesso anno 1257 ottiene nuovi privilegi: il più
importante è quello che proibiva ai frati di poter usare
dispense, o concessioni parti-colari e individuali, ottenute
senza il consenso del Ministro generale. An-cora nello stesso
anno ottiene la facoltà di ricevere legati e accogliere
come "offerte" i proventi di restituzioni di cui si
ignorava il proprietario.
E' tutta una gamma di interventi, di disposizioni, di raccomanda-zioni,
che stanno a dimostrare la rettitudine del suo cuore ed anche
la linea di condotta e di vita che egli voleva imprimere nell'Ordine:
quin-di una evoluzione, ma nell'ordine, nella pace, nella disciplina!
Durante il suo governo, nonostante la fragilità della
sua costituzio-ne fisica, almeno per dieci volte venne da Parigi
in Italia, e celebrò rego-larmente tutti i trienni i
Capitoli generali: 1260 a Narbona, 1265 a Pi-sa, 1266 a Parigi,
1269 ad Assisi, 1272 a Pisa, 1274 a Lione. Il pri-mo Capitolo
da lui celebrato è importante per la stesura delle prime
"Costituzioni Generali dell'Ordine Francescano", che
ci sono rimaste. Pre-cedentemente erano state fatte molte leggi
e statuti dai diversi Capitoli, cominciando dal tempo di San
Francesco, ma mai erano state raccolte si-stematicamente. Furono
dette "Narbonesi" dal luogo del capitolo. Il loro
contenuto manifesta le direttive di governo di San Bonaventura;
e, affin-ché "non si generasse confusione",
venne decretata la distruzione di tut-ti gli statuti precedenti.
Al capitolo del 1263 presentò elaborata la "Legenda
di San Francesco", che il Capitolo precedente gli aveva
chiesto di redigere, e fu approvata per la sua bellezza e completezza
(dando in proposito la quasi incompren-sibile disposizione di
distruggere tutte le precedenti Leggende). Si elabo-rarono,
in tale capitolo, gli statuti sulla Messa e sul Divino Ufficio
(d'ora in poi quasi tutti i Capitoli tratteranno l'argomento
liturgico). Dopo il Capitolo, San Bonaventura inviò una
sua seconda lettera enciclica, dove insiste particolarmente
sulla disciplina religiosa, invitando i prelati ad es-sere vigilanti
con senso di paternità e di responsabilità, nel
vincolo della pace e della carità.
Forse l'azione di San Bonaventura, se fosse durata ancora più
a lun-go, avrebbe rimediato definitivamente alle successive
questioni sulla po-vertà, in cui la fazione degli "Spirituali"
esacerbò gli animi portando di-visioni e risentimenti.
Ma nel 1273 Gregorio X lo nominava Cardinale e Vescovo di Albano,
con la proibizione di rinunciare (come invece aveva fatto per
l'arcivescovado di York nel 1265). Il Papa aveva bisogno di
lui per preparare il II Concilio di Lione, e tale incarico gli
affidò. Man-tenne il governo dell'Ordine fino all'anno
seguente, per il quale anticipò il Capitolo, data la
sua nuova situazione. Il Capitolo dovette tenere in debito conto
l'atteggiamento che assumeva il Concilio di Lione nei rap-porti
con gli Ordini religiosi, specialmente con i Mendicanti, contro
i quali si sferrò un nuovo attacco da parte del clero
secolare: certamente un attacco poco prudente e opportuno, in
un momento in cui il Conci-lio era in mano particolarmente ai
membri della Famiglia Domenicana e Francescana: San Bonaventura
e Pietro di Tarantasia, il futuro Innocen-zo V.
Tutto il generalato del Dottore Serafico, sospesi gli studi
sistematici della scuola, è cosparso di preziosi scritti
ascetici, di trattati, di questioni, di esortazioni, di sermoni,
relativi alla vita religiosa e francescana in par-ticolare.
Un capolavoro (oltre il notissimo "Itinerarium mentis in
Deum", che scrisse alla Verna nell'autunno del 1259) è
la "Apologia pauperum", stesa nel 1266, di fronte
ad un nuovo assalto del clero secolare contro i Mendicanti.
Sempre dalla Verna, dopo un colloquio con frate Leone, il Santo
Dottore scrisse una lettera alle Clarisse di Assisi, che purtrop-po
è senza data.
San Bonaventura morì a Lione il 14 luglio 1274. Ai suoi
solennissimi funerali fu presente lo stesso Pontefice, che ordinò
una Messa di suffragio a tutti i sacerdoti della cristianità.
Poco tempo dopo la sua morte, fra Salimbene da Parma scriveva
nella sua "Cronica": "Bonaventura governò
per 17 anni e fece tanto bene". Fece tanto bene perché,
co-me cantò Dante, disprezzò sempre la "sinistra
cura"; perché agì sempre e soltanto con grande
amore verso Dio e verso tutti, non curandosi di essere giudicato
un innovatore o un contestatore. In quella che si po-trebbe
chiamare la sua politica generale, come nella sua vita personale,
il Serafico Dottore cercò di pensare e di agire come
avrebbe pensato e agito il Padre san Francesco.
Le vite del Poverello scritte nel ventennio 1228-48 avevano
tutte, più o meno, bisogno di qualche perfezionamento,
di qualche precisazio-ne, e di una più logica e proporzionata
distribuzione della materia. San Bonaventura stesso accenna
ai dati della vita di san Francesco "in parte trascurati
e in parte sparpagliati". Questa impressione era generale
poco dopo la metà del secolo XIII. Bonaventura fu quasi
costretto a fare ciò che mai avrebbe osato fare, cioè
stendere una vita di San Francesco, dall'in-sistenza di molti
frati e dalla richiesta concorde del Capitolo generale del 1260.
D'altra parte san Bonaventura non poteva scrivere una vita "nuova"
di San Francesco. Il lavoro richiestogli consisteva in un riesame
e riordinamento generale della materia. San Bonaventura lavorò
da buon critico, oltre che da santo. Più che fidarsi
delle biografie precedenti, egli visitò minuziosamente
i santuari francescani ed ebbe colloqui con i più cari
compagni di San Francesco ancora viventi, quali: Egidio, Leone,
for-se Rufino e qualche altro. Nello schema generale della sua
biografia, e in vari particolari, preferì seguire Tommaso
da Celano e Giuliano da Spi-ra. Salvo che per i dati essenziali,
preferisce l'ordine logico a quello cro-nologico; così,
per esempio, episodi accaduti alla Verna nel 1224 sono narrati,
secondo l'opportunità della materia, prima di altri accaduti
mol-to tempo prima. Il Capitolo generale di Pisa del 1263 approvò
con una-nime entusiasmo la "Legenda di San Francesco"
composta da san Bonaven-tura. Il testo dell'approvazione, se
pure fu messo in iscritto, non ci è pervenuto. Vent'anni
dopo, Bernardo da Bessa, già segretario del Dot-tore
Serafico, dopo aver ricordato le prime tre vite di San Francesco,
ag-giunge: "Poi, avute notizie più complete, la
descrisse, con sincerità ed eleganza, l'ammirabile per
grazia, virtù e scienza fra' Bonaventura... vo-lendo
Dio provvedere un degno annunciatore dei grandi meriti del San-to".
E davvero non si sarebbe potuto desiderare di meglio. Come San
Be-nedetto, l'altro grande umbro, aveva avuto un ottimo biografo
in San Gregorio Magno, così lo ebbe San Francesco in
San Bonaventura. Fra' Salimbene da Parma, contemporaneo di Bernardo
da Bessa, ammirò in San Bonaventura, tra i molti altri
pregi, quello di sapere esporre le co-se con chiarezza e con
ordine. Egli dice che le leggi minoritiche anteriori al 1260
"non erano ben ordinate"; vi rimediò in modo
eccellente San Bonaventura nel Capitolo generale di Narbona.
Aggiunge che dopo i due scritti di Tommaso da Celano su San
Francesco, Bonaventura ne compilò un altro "optime
ordinatus".
La biografia di San Bonaventura ebbe un grande e meritato succes-so,
sia all'interno che all'esterno dell'Ordine. Nella Basilica
superiore di Assisi, Giotto
dipinse
la vita del Poverello seguendo, quasi foglio per foglio,
il volume del Dottore Serafico. L'Alighieri cantò "la
mirabil vita" di San Francesco, ispirandosi particolarmente
a San Bonaventura, e usando talora le sue stesse parole; così,
per esempio, nel ricordare il primogeni-to di San Francesco,
"il venerabile Bernardo", nel notare che il Poverello
non si scoraggiò "per parer dispetto" (despectus),
nel chiamarlo "serafi-co in ardore". Al principio
del Quattrocento l'umanista aretino Leonardo Bruni ebbe tanta
stima del lavoro agiografico di San Bonaventura, da proclamarlo
insuperabile. La vita scritta da San Bonaventura divenne subito
la principale "Leggenda" di San Francesco. Ed era
ben degna di essere detta Legenda, nel senso migliore che aveva
allora quella parola: opera da leggersi in pubblico ad edificazione
di tutti. San Bonaventura scrisse anche una leggenda abbreviata
di San Francesco, o "Legenda Minor", come è
detta nei codici: destinata specialmente a scopo liturgico.
La fe-sta di San Francesco si celebrava allora per una settimana;
perciò il Dottore Serafico condensò tutta la vita
di san Francesco in 9 lezioni per ciascuno dei giorni della
festa e dell'ottava.
Chi ha un po' di conoscenza degli scritti dei teologi del secolo
XIII, si accorge che il latino di San Bonaventura è un
latino particolare. E' più elegante e riposante di quello
di altri grandi scolastici; ma è più dif-ficile
a tradursi. Anzi si sente ripetere spesso che San Bonaventura,
in taluni termini a lui peculiari, è intraducibile. La
lettura dei suoi scritti, quale filosofo, teologo, legislatore,
e mistico, ci riporta, cronologicamente indietro di sette secoli,
e ci fa rivivere, nel ricordo e nell'animo, i giorni più
belli e profumati della meravigliosa primavera francescana.
Gli scrit-ti di San Bonaventura, come quelli di San Francesco,
danno questo sen-so di gioia, di pace, di ringiovanimento.
San Bonaventura, fino alla edizione dell'"Opera omnia",
è stato più conosciuto come scrittore di mistica
e come legislatore, che non come pensatore. Anche Leone XIII
lo ha chiamato "vero principe della mistica".
Morì, come già accennato, a Lione, il 15 luglio
1274, durante il Concilio, aveva 53 anni, e fu canonizzato da
Sisto IV il 14 aprile 1482; Sisto V lo proclamò "Dottore
Serafico".
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