Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

PERSONAGGI ILLUSTRI
Santa Chiara
I tre compagni di San Francesco: Leone, Rufino ed Angelo
Tommaso da Celano
San Bonaventura
Niccolò IV
Jacopone da Todi
Angelo Clareno
Ubertino da Casale
Dante Alighieri
San Ludovico di Tolosa
Sisto IV
Sisto V
Clemente XIV
San Bonaventura

San Bonaventura da Bagnoregio

Nato a Bagnoregio nel 1221, ancor bambino ottenne, per intercessione di San Francesco, la guarigione da una grave malattia. Entrato nell'Ordine, a Parigi, nel 1243, mentre studiava presso quella Università, ebbe per maestro il grande Alessandro di Hales. Nel 1248, ottenuta la licenza, iniziò il commento della Scrittura, e dal 1250 anche quello delle "Sentenze" di Pietro Lombardo. Ritardata la sua promozione a Maestro, a causa dei contrasti tra Università e Mendicanti, ottenne il titolo solo nell'ottobre del 1257; ma già dal febbraio era stato eletto Ministro generale, su indicazione di Giovanni da Parma, a unanimità di voti.
Alla sua elezione a Ministro generale dell'Ordine, San Bonaventura aveva meno di quarant'anni. Il suo governo, saggio, illuminato, prudente, ne durò quasi diciassette. Erano anni di pieno sviluppo per l'Ordine; e conseguentemente un periodo tanto lungo di governo, in un tale momento, ebbe un influsso enorme: per questo più di qualche storico non esitò a chiamare San Bonaventura il secondo fondatore dell'Ordine minoritico.
Tuttavia, durante detto periodo, riscontriamo fatti esterni di grande rilievo nella vita della istituzione francescana: il fatto grande e straordinario è costituito soprattutto dall'evoluzione stessa e dagli elementi capaci di cui egli poteva disporre, aggiungendovi le sue meravigliose doti e la sua preparazione scientifica, abbinate alla santità di vita.
Sulla caratterizzazione del suo governo possiamo compendiare in sintesi le molte cose che ci sarebbero da dire: egli accetta l'evoluzione dell'Ordine come un fenomeno necessario ed una manifestazione grandiosa di vitalità. E tutto ciò lo vede e lo misura alla luce delle direttive della Chiesa. Con questo fondamento si oppone agli abusi, ma favorisce gli aspetti positivi del movimento, impartendo direttive e ordinamenti che ebbero il collaudo di intere generazioni. Sotto di lui fiorisce la disciplina regolare e prendono incremento gli studi, che non abbandona del tutto neppure lui personalmente, nonostante le cure di governo, risiedendo quasi sempre a Parigi. Favorisce e sostiene la cura d'anime, così come favorisce i grandi conventi, ove meglio si può osservare la vita comune.
Sostiene la esenzione dai Vescovi, difende tutte le prerogative dell'Ordine, accogliendo quei privilegi pontifici che erano necessari per un più agile apostolato e servizio nella Chiesa. In questo concetto di "servizio" umile, generoso, ardente, efficiente, fondato sulla preparazione culturale e sulla santità della vita, ci sembra che il suo atteggiamento sia stato identico a quello di San Francesco. Entrambi furono fedelissimi alla Regola, all'ideale di una vita evangelica, agli impegni assunti; così come si dimostrarono fedelissimi ai cenni del Papa. In questa visuale, osservando attentamente la loro vita e i loro insegnamenti, c'è una tale continuità e chiarezza che riempie di stupore.
Nello stesso tempo San Bonaventura desidera che l'Ordine, pur am-mettendo la necessaria evoluzione, si conservi nella disciplina che egli stesso va sapientemente regolando con una leggera tinta monastica: si-lenzio, studio, lavoro, preghiera, esercizio della colpa, recita corale del-l'Ufficio, atti comuni, rotazione negli uffici della comunità da parte di tutti i religiosi. Vuole che l'Ordine mantenga fede a "madonna Povertà", sopprimendo vari abusi che sorgevano, come beni materiali, caccia dei testamenti, uso del denaro, ricercatezza nel vestire. Si sforza di togliere la piaga dei privilegi personali e dei singoli conventi o Provincie, ottenuti al di fuori della gerarchia dell'Ordine. Non vuole i frati girovaghi. Lotta contro ogni incentivo di divisione: le sue stesse opere, quali la "Legenda Maior" e la "Legenda Minor" di San Francesco, L'"Expositio Regulae", le "Constitutiones Narbonenses" hanno un fine di ordine, di fraterna convi-venza, di operosità, di pacificazione degli animi, agitati dalle divisioni circa la interpretazione della Regola e della vita francescana.
Due mesi dopo la sua elezione San Bonaventura invia all'Ordine la prima lettera en-ciclica in cui riprende diversi abusi, causa dell'offuscarsi dello splendore del medesimo (violazioni della povertà, uso del denaro, ozio, il vagare fuori dell'ubbidienza, importuna mendicità, costruzione di edifici sontuo-si, familiarità coi secolari e persone d'altro sesso, uffici dati a indegni), e tra i precipui rimedi inculca l'elezione di superiori esemplari e la sele-zione e la prudenza nell'ammissione dei novizi all'Ordine.
Nello stesso anno 1257 ottiene nuovi privilegi: il più importante è quello che proibiva ai frati di poter usare dispense, o concessioni parti-colari e individuali, ottenute senza il consenso del Ministro generale. An-cora nello stesso anno ottiene la facoltà di ricevere legati e accogliere come "offerte" i proventi di restituzioni di cui si ignorava il proprietario.
E' tutta una gamma di interventi, di disposizioni, di raccomanda-zioni, che stanno a dimostrare la rettitudine del suo cuore ed anche la linea di condotta e di vita che egli voleva imprimere nell'Ordine: quin-di una evoluzione, ma nell'ordine, nella pace, nella disciplina!
Durante il suo governo, nonostante la fragilità della sua costituzio-ne fisica, almeno per dieci volte venne da Parigi in Italia, e celebrò rego-larmente tutti i trienni i Capitoli generali: 1260 a Narbona, 1265 a Pi-sa, 1266 a Parigi, 1269 ad Assisi, 1272 a Pisa, 1274 a Lione. Il pri-mo Capitolo da lui celebrato è importante per la stesura delle prime "Costituzioni Generali dell'Ordine Francescano", che ci sono rimaste. Pre-cedentemente erano state fatte molte leggi e statuti dai diversi Capitoli, cominciando dal tempo di San Francesco, ma mai erano state raccolte si-stematicamente. Furono dette "Narbonesi" dal luogo del capitolo. Il loro contenuto manifesta le direttive di governo di San Bonaventura; e, affin-ché "non si generasse confusione", venne decretata la distruzione di tut-ti gli statuti precedenti.
Al capitolo del 1263 presentò elaborata la "Legenda di San Francesco", che il Capitolo precedente gli aveva chiesto di redigere, e fu approvata per la sua bellezza e completezza (dando in proposito la quasi incompren-sibile disposizione di distruggere tutte le precedenti Leggende). Si elabo-rarono, in tale capitolo, gli statuti sulla Messa e sul Divino Ufficio (d'ora in poi quasi tutti i Capitoli tratteranno l'argomento liturgico). Dopo il Capitolo, San Bonaventura inviò una sua seconda lettera enciclica, dove insiste particolarmente sulla disciplina religiosa, invitando i prelati ad es-sere vigilanti con senso di paternità e di responsabilità, nel vincolo della pace e della carità.
Forse l'azione di San Bonaventura, se fosse durata ancora più a lun-go, avrebbe rimediato definitivamente alle successive questioni sulla po-vertà, in cui la fazione degli "Spirituali" esacerbò gli animi portando di-visioni e risentimenti. Ma nel 1273 Gregorio X lo nominava Cardinale e Vescovo di Albano, con la proibizione di rinunciare (come invece aveva fatto per l'arcivescovado di York nel 1265). Il Papa aveva bisogno di lui per preparare il II Concilio di Lione, e tale incarico gli affidò. Man-tenne il governo dell'Ordine fino all'anno seguente, per il quale anticipò il Capitolo, data la sua nuova situazione. Il Capitolo dovette tenere in debito conto l'atteggiamento che assumeva il Concilio di Lione nei rap-porti con gli Ordini religiosi, specialmente con i Mendicanti, contro i quali si sferrò un nuovo attacco da parte del clero secolare: certamente un attacco poco prudente e opportuno, in un momento in cui il Conci-lio era in mano particolarmente ai membri della Famiglia Domenicana e Francescana: San Bonaventura e Pietro di Tarantasia, il futuro Innocen-zo V.
Tutto il generalato del Dottore Serafico, sospesi gli studi sistematici della scuola, è cosparso di preziosi scritti ascetici, di trattati, di questioni, di esortazioni, di sermoni, relativi alla vita religiosa e francescana in par-ticolare. Un capolavoro (oltre il notissimo "Itinerarium mentis in Deum", che scrisse alla Verna nell'autunno del 1259) è la "Apologia pauperum", stesa nel 1266, di fronte ad un nuovo assalto del clero secolare contro i Mendicanti. Sempre dalla Verna, dopo un colloquio con frate Leone, il Santo Dottore scrisse una lettera alle Clarisse di Assisi, che purtrop-po è senza data.
San Bonaventura morì a Lione il 14 luglio 1274. Ai suoi solennissimi funerali fu presente lo stesso Pontefice, che ordinò una Messa di suffragio a tutti i sacerdoti della cristianità.
Poco tempo dopo la sua morte, fra Salimbene da Parma scriveva nella sua "Cronica": "Bonaventura governò per 17 anni e fece tanto bene". Fece tanto bene perché, co-me cantò Dante, disprezzò sempre la "sinistra cura"; perché agì sempre e soltanto con grande amore verso Dio e verso tutti, non curandosi di essere giudicato un innovatore o un contestatore. In quella che si po-trebbe chiamare la sua politica generale, come nella sua vita personale, il Serafico Dottore cercò di pensare e di agire come avrebbe pensato e agito il Padre san Francesco.
Le vite del Poverello scritte nel ventennio 1228-48 avevano tutte, più o meno, bisogno di qualche perfezionamento, di qualche precisazio-ne, e di una più logica e proporzionata distribuzione della materia. San Bonaventura stesso accenna ai dati della vita di san Francesco "in parte trascurati e in parte sparpagliati". Questa impressione era generale poco dopo la metà del secolo XIII. Bonaventura fu quasi costretto a fare ciò che mai avrebbe osato fare, cioè stendere una vita di San Francesco, dall'in-sistenza di molti frati e dalla richiesta concorde del Capitolo generale del 1260. D'altra parte san Bonaventura non poteva scrivere una vita "nuova" di San Francesco. Il lavoro richiestogli consisteva in un riesame e riordinamento generale della materia. San Bonaventura lavorò da buon critico, oltre che da santo. Più che fidarsi delle biografie precedenti, egli visitò minuziosamente i santuari francescani ed ebbe colloqui con i più cari compagni di San Francesco ancora viventi, quali: Egidio, Leone, for-se Rufino e qualche altro. Nello schema generale della sua biografia, e in vari particolari, preferì seguire Tommaso da Celano e Giuliano da Spi-ra. Salvo che per i dati essenziali, preferisce l'ordine logico a quello cro-nologico; così, per esempio, episodi accaduti alla Verna nel 1224 sono narrati, secondo l'opportunità della materia, prima di altri accaduti mol-to tempo prima. Il Capitolo generale di Pisa del 1263 approvò con una-nime entusiasmo la "Legenda di San Francesco" composta da san Bonaven-tura. Il testo dell'approvazione, se pure fu messo in iscritto, non ci è pervenuto. Vent'anni dopo, Bernardo da Bessa, già segretario del Dot-tore Serafico, dopo aver ricordato le prime tre vite di San Francesco, ag-giunge: "Poi, avute notizie più complete, la descrisse, con sincerità ed eleganza, l'ammirabile per grazia, virtù e scienza fra' Bonaventura... vo-lendo Dio provvedere un degno annunciatore dei grandi meriti del San-to". E davvero non si sarebbe potuto desiderare di meglio. Come San Be-nedetto, l'altro grande umbro, aveva avuto un ottimo biografo in San Gregorio Magno, così lo ebbe San Francesco in San Bonaventura. Fra' Salimbene da Parma, contemporaneo di Bernardo da Bessa, ammirò in San Bonaventura, tra i molti altri pregi, quello di sapere esporre le co-se con chiarezza e con ordine. Egli dice che le leggi minoritiche anteriori al 1260 "non erano ben ordinate"; vi rimediò in modo eccellente San Bonaventura nel Capitolo generale di Narbona. Aggiunge che dopo i due scritti di Tommaso da Celano su San Francesco, Bonaventura ne compilò un altro "optime ordinatus".
La biografia di San Bonaventura ebbe un grande e meritato succes-so, sia all'interno che all'esterno dell'Ordine. Nella Basilica superiore di Assisi, Giotto dipinse la vita del Poverello seguendo, quasi foglio per foglio, il volume del Dottore Serafico. L'Alighieri cantò "la mirabil vita" di San Francesco, ispirandosi particolarmente a San Bonaventura, e usando talora le sue stesse parole; così, per esempio, nel ricordare il primogeni-to di San Francesco, "il venerabile Bernardo", nel notare che il Poverello non si scoraggiò "per parer dispetto" (despectus), nel chiamarlo "serafi-co in ardore". Al principio del Quattrocento l'umanista aretino Leonardo Bruni ebbe tanta stima del lavoro agiografico di San Bonaventura, da proclamarlo insuperabile. La vita scritta da San Bonaventura divenne subito la principale "Leggenda" di San Francesco. Ed era ben degna di essere detta Legenda, nel senso migliore che aveva allora quella parola: opera da leggersi in pubblico ad edificazione di tutti. San Bonaventura scrisse anche una leggenda abbreviata di San Francesco, o "Legenda Minor", come è detta nei codici: destinata specialmente a scopo liturgico. La fe-sta di San Francesco si celebrava allora per una settimana; perciò il Dottore Serafico condensò tutta la vita di san Francesco in 9 lezioni per ciascuno dei giorni della festa e dell'ottava.
Chi ha un po' di conoscenza degli scritti dei teologi del secolo XIII, si accorge che il latino di San Bonaventura è un latino particolare. E' più elegante e riposante di quello di altri grandi scolastici; ma è più dif-ficile a tradursi. Anzi si sente ripetere spesso che San Bonaventura, in taluni termini a lui peculiari, è intraducibile. La lettura dei suoi scritti, quale filosofo, teologo, legislatore, e mistico, ci riporta, cronologicamente indietro di sette secoli, e ci fa rivivere, nel ricordo e nell'animo, i giorni più belli e profumati della meravigliosa primavera francescana. Gli scrit-ti di San Bonaventura, come quelli di San Francesco, danno questo sen-so di gioia, di pace, di ringiovanimento.
San Bonaventura, fino alla edizione dell'"Opera omnia", è stato più conosciuto come scrittore di mistica e come legislatore, che non come pensatore. Anche Leone XIII lo ha chiamato "vero principe della mistica".
Morì, come già accennato, a Lione, il 15 luglio 1274, durante il Concilio, aveva 53 anni, e fu canonizzato da Sisto IV il 14 aprile 1482; Sisto V lo proclamò "Dottore Serafico".

paolo.r@sanfrancescoassisi.org



 
 



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